LA STORIA SIAMO NOI – LAVORATORI E DINTORNI

Ci contrattano a mesi, a settimane e talvolta arrivano a contrattarci anche per dei giorni, così che sembri un “mercato” del lavoro attivo, fresco, pieno di novità, mentre in realtà il lavoro, il datore sono sempre gli stessi, per anni, con contratti di mesi; e lo stipendio resta sempre invariato.
Quello che davvero cambia, che si esaurisce, è il nostro tempo; ce lo sottraggono, divorandoci giorno dopo giorno, prendendosi otto ore al dì e quaranta la settimana per niente, per arrivare poi ad una pensione minima e morire un anno dopo, dopo avergli dato quarant’anni della nostra vita, svendendo così l’unica cosa che dovevamo farci pagare oro, il nostro tempo e il diritto a vivere.
E non ci possiamo fare nulla. Siamo solo lavoratori.
Non contiamo un granchè. Non partecipiamo ai consigli di amministrazione. Non decidiamo il valore dell’azienda sul mercato, siamo solo massa, non siamo nemmeno più un proletariato unito, siamo diventati telespettatori paganti dopo una giornata di lavoro. Non decidiamo nulla, figuriamoci di come investire il nostro tempo, il nostro futuro.
Eppure abbiamo lavorato in ogni condizione possibile, indecenti, mediocri, scarse, abbiamo lavorato sotto il sole raccogliendo pomodori e sotto la neve a riempire betoniere di cemento, abbiamo respirato smog da uffici su incroci trafficati e bevuto acqua calda da tubi di plastica cotti al sole. Ci siamo trascinati giù dal letto con 39 di febbre ‘chè “proprio non posso non andare che altrimenti mi caccia” per andare a lavorare in scuole con i tetti cadenti e senza libri di testo per tutti. E quando abbiamo fatto delle richieste ci è stato risposto no, no e ancora no, quasi sempre no.
Ci hanno rinnovato per i prossimi due mesi ed eravamo anche contenti, “poi tra due mesi si vedrà”, abbiamo vissuto dai nostri genitori perchè non potevamo spendere per un affitto, e ” ‘fanculo almeno la play 3 me la compro, me lo levo sto sfizio”. Abbiamo saldato, spalmato, insegnato, assistito, montato, siamo saliti e certe volte non siamo scesi più.
Abbiamo faticato, sudato, rischiato, e per un pelo c’è andata bene, alla prossima starò più attento, ci siamo immersi in contratti a progetto e siamo affogati in licenziamenti freddi, sterili, inumani, senza nemmeno la classica pacca sulle spalle. Abbiamo volato sempre basso per poi ammalarci di vertigini, senza più voglia e con la paura di alzare lo sguardo e spiccare il volo. Ci siamo accontentati morendo dentro un co.co.co..
Ci siamo accorti di aver tossito un po’ di sangue e il dottore ci ha detto che era niente di grave, eppure abbiamo iniziato a respirare male, a tossire sempre di più, sempre più sangue, ma la colpa è delle sigarette, mica di altro, e poi siamo andati ad assumerci la nostra chemio, il nostro palliativo e ci siamo ammalati per l’amianto, per lo smog, per la polvere di calce. Siamo caduti da trenta metri e non ci siamo rialzati più, perchè non c’era più nulla da fare.
E anche se ci ammalavamo, abbiamo sempre firmato quei contratti da venti giorni, due mesi, sei quando andava bene, lavorando per progetti senza prospettiva, senza trattamento di fine rapporto, senza riuscire a metterci un euro da parte, sperando di poter arrivare a fine mese, lamentandoci, ma sentendoci dire che c’è anche chi non è fortunato ad averlo, un lavoro. Siamo stati esclusi e mobbizzati e hanno preferito il cocco del capo, il figlio del capo e il leccaculo del capo a noi.
Siamo stanchi, incazzati, siamo nel bel mezzo di crisi economica mondiale. Però licenziano noi, lavoratori, non i manager, non gli speculatori, non licenziano chi la crisi ce l’ha portata nelle tasche.
Abbiamo urlato “ADESSO BASTA!”, siamo scesi in piazza, vestiti di rosso, viola, giallo, dipinti e sbandieranti, abbiamo creduto alle parole e ai programmi di chi ci rassicurava che sarebbe andato tutto bene. Ma non è andato bene nulla e “ci riproveremo la prossima volta”, anche se la prossima volta saremo sempre di meno, più licenziati e più demotivati.
Lavoratori, precari, fissi, a progetto o a giornata, italiani e stranieri. Lavoratori in bianco o in nero.
E loro sono sempre lì, i padroni, a dirci quando e come morire.
Come sempre, ancora una volta.
3 luglio 2010 a 18:08
spegne tv e accende cervello